PRIMO MAGGIO: RICOSTRUIAMO IL FUTURO CHE CI HANNO TOLTO!

In una piazza blindata fin dalle prime ore del mattino e soffocata dalla pioggia, a Torino è stata ancora una volta confermata la distanza che si pone tra chi cerca di produrre alternative politiche al sistema esistente e chi invece, rinchiuso nei palazzi, continua a perpetrare le dinamiche di sfruttamento che passano dall’attuale distribuzione del lavoro, delle risorse e dei territori.

Le rivendicazioni portate in Piazza Castello da realtà autorganizzate, sindacati di base e altre realtà politiche confermano e dimostrano l’inefficacia delle misure messe in campo dalla governance italiana ed europea. Il PNRR, per come presentato pochi giorni fa nelle sedi decisionali del paese, conferma e restituisce la volontà decisa di questo governo e dei gruppi industriali e finanziari di non predisporre forme di tutela sociale e strumenti istituzionali verso chi è la componente viva e produttiva del tessuto economico e sociale del paese: lavoratrici/lavoratori, donne, precari/e, giovani, soggettività migranti.

La ferma denuncia dei movimenti per l’ambiente come FFF e XR, partita dallo spezzone iniziato da Piazza Vittorio prima ed in Piazza Castello poi, evidenzia la connivenza delle istituzioni con aziende ecocide come Eni: esempio plastico di ciò, la sponsorizzazione da parte della multinazionale del “Concertone” del Primo Maggio, con il beneplacito dei sindacati confederali. In più veniva smascherata la retorica relativa al finto conflitto tra lavoro e ambiente: l’idea che una reale transizione ecologica sia dannosa per il tasso occupazionale è smentito dai rapporti dell’Organizzazione mondiale per il lavoro che mostra come investimenti sensati sull’ambiente potranno creare fino a 24 milioni di posti di lavoro.

Sempre di ambiente si parla nel PNRR: il piano nazionale include ovviamente anche tutte quelle grandi opere considerate “strategiche” “efficienti” e “green”, come il TAV. Nello stesso spezzone, arrivato quindi in Piazza Castello, il movimento NOTAV continua a denunciare lo sfruttamento e la devastazione dei territori. Di nuovo, come da trent’anni a questa parte, l’unica risposta con incidenza sulla realtà da parte della politica istituzionale e della Questura è stata l’uso dello sfollagente. L’ecologismo impiegato a difesa del profitto ha un nome solo: greenwashing.

In un dibattito pubblico, sempre più sensazionalistico ed inquinato dalla stampa mainstream, è fondamentale continuare a creare percorsi, spazi e realtà capaci di creare un’alternativa popolare e partecipata alla politica dei pochi. Dalle università ai posti di lavoro, dalle tematiche ambientali fino a quelle di genere, passando per i temi sociali ed economici, con la coscienza che la radice che sfrutta corpi, territori e tempo è comune: la logica del profitto capitalistico.

Disarticolare il rapporto tra vita o lavoro è quindi l’impellente necessità: un reddito di esistenza per l’autodeterminazione di tutte le persone è oramai più che necessario, e sarebbe possibile se la volontà politica fosse orientata in questo senso. Continuando ad organizzarci in ogni luogo che attraversiamo per un sistema diverso dall’esistente.

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