Commercilizzazione salute mentale

Il costo della salute mentale durante la pandemia è uguale per tuttə?

"Abbiamo frammentato l’unità della nostra esperienza vitale, che è inseparabilmente corporea e psicologica, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita culturale, affettiva e psicologica dall’altra", scrive Giorgio Agamben il 13 aprile 2020 agli inizi della pandemia globale.

Possiamo dire che questa sia una scissione sistemica nel nostro paese, in cui il benessere fisico è assistito dal sistema del welfare, mentre le cure finalizzate al benessere psicologico sono a carico dellә singolә, in quanto non ritenute una necessità alla base della salute individuale e sociale, ma un privilegio economico che la persona può permettersi o no.

Ci interroghiamo ancora una volta del perchè ci sia questa radicale differenza che non concepisce mente e corpo come un tutt'uno, ma continua a suggerire e consolidare l'importanza della sola salute biologica a scapito di quella psicologica.

Ad oggi consideriamo la salute un costrutto complesso e dinamico che prevede il benessere fisico e psicologico e non la sola "assenza di malattia": ce lo diciamo, lo leggiamo nella definizione dell'OMS che pure ha redatto un piano d'azione europeo per la salute mentale nel 2013 i cui obiettivi socio-economici avrebbero dovuto realizzarsi nel 2020, eppure quest'anno infinito e denso di pandemia da COVID-19, ci sta dimostrando quanto i buoni propositi di accademica consapevolezza rimangano solo su carta.

I problemi creati dalle politiche di sottofinanziamento, di privatizzazione e mercificazione all’interno dei sistemi sanitari sono alla base di questa profonda crisi. Le raccomandazioni europee sui parametri di bilancio hanno determinato una gestione economica della sanità finalizzata a ridurne i costi con conseguente disattenzione ai bisogni reali di cura degli individui. Una drastica riduzione dei finanziamenti per la protezione della salute, netti tagli al personale medico sanitario, tagli ai posti letto disponibili negli ospedali, hanno favorito una stratificazione della qualità delle cure e quindi un sistema sanitario classista e disumano.

Nonostante in moltә continuino a sostenere che in Italia il sistema sanitario sia pubblico rispetto ad altri stati nel mondo, sono le condizioni socioeconomiche a sancire e gerarchizzare l'accesso ai luoghi di cura. Le cure assistenziali sono diventate sempre più privatizzate e finalizzate alla performance piuttosto che alla comprensione delle reali esigenze dei pazienti, trasportando i concetti del mercato del profitto all'interno del sistema sanitario. All'idea di individuo dotato di diritti e bisogni inalienabili come quello alla salute, si contrappone e impone un individuo come prodotto, fonte di guadagno e consumo che paga per ottenere ascolto e sopravvivere.

E' per questo che sosteniamo la Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale, insieme al People's Health Moviment che evidenziano l'importanza di "un sistema pubblico sanitario al di fuori delle leggi di mercato, un sistema universalistico e gratuito che possa essere in grado di proteggere l’intera popolazione e promuovere delle campagne di prevenzione legate ai rischi da affrontare in modo coordinato. La prevenzione consente di limitare il peso delle malattie, quello che non è nell’interesse di un sistema sanitario basato sul profitto." Per cui vogliamo che il sistema sanitario pubblico non segua la retorica meritocratica neoliberista del "lavora duramente così otterrai riconoscimento economico e cure assistenziali".

Solo la redistribuzione delle risorse basata sull'idea che la salute sia un diritto umano fondamentale al di là dello status socioeconomico, può salvare le vite e favorire equità, coesione sociale e benessere. C’è un’altra emergenza di cui si stenta a parlare e affrontare, nascosta dai numeri di contagi e morti, di poco interesse per l'ottimista società della performance: l’emergenza psichica. Ai margini del dibattito pubblico, la discussione sugli effetti psicologici che la pandemia da COVID-19 sta determinando, rimane propria degli ambienti accademici.

Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano parla di sindemia, cioè di un insieme di patologie pandemiche che in questo periodo dilagano interagendo a livello sanitario, sociale, economico, psicologico, culturale, relazionale.

In particolare l'impatto sul benessere psicologico delle persone venute in contatto diretto e indiretto con il COVID-19 riporta dei dati allarmanti: "Metà delle persone contagiate manifesta disturbi psichiatrici con un’incidenza del 42% di ansia o insonnia, del 28% di disturbo da stress post-traumatico e del 20% di disturbo ossessivo-compulsivo; inoltre il 32% di chi è venuto in contatto col virus sviluppa sintomi depressivi, un’incidenza fino a cinque volte più alta rispetto alla popolazione generale. La sindemia da Covid-19 e disagio psichico riguarda anche chi non è stato toccato direttamente dal virus: fra i familiari dei circa 86.000 pazienti deceduti, almeno il 10% andrà incontro a depressione entro un anno". Di fatti, l'elaborazione del lutto dei propri cari impedita dalle misure di prevenzione dal contagio ha determinato un'implosione del dolore nella mente, che si consuma privo di ascolto e appigli esterni, in un inenarrabile gomitolo di angoscia che si dilata nel tempo soggettivo.

I fattori economici agiscono come propagatori del disagio psicologico attuale: "in Italia la probabilità di ammalarsi di depressione raddoppia fra le persone a basso reddito (\<15.000 euro/anno), triplica fra i disoccupati. Alcune stime prevedono un incremento della disoccupazione fino al 17% per il 2021" che tradotto corrisponde ad un enorme numero di disoccupati in più e un aumento di circa 150.000 casi di depressione causati della perdita di lavoro generata dalla crisi attuale.

Le famiglie che versano in stato di povertà sono in aumento, il sempre più evidente senso di incertezza sociale e personale assume le forme di veri e propri quadri patologici, mentre il mercato del profitto continua indisturbato la vendita di psicofarmaci.

Secondo i dati raccolti dal primo test di screening dell'ansia associata al coronavirus (Coronavirus anxiety scale, CAS), i più colpiti risultano i giovani, di fatti il 39% degli under 20 è risultato "patologico" al CAS con sintomi d'ansia, confusione, perdita di sonno, perdita di appetito, immobilismo tonico, umore depressivo. I giovani hanno aumentato le richieste di consulto psicologico, ma rimane il fatto che non tutti possono accedervi, essendo insufficienti e ritardatari i programmi di intervento di gestione dell'impatto psicologico da covid-19.

I giovani si ritrovano in un mondo che non li appartiene, un mondo segnato dalla percezione continua di minaccia che implica la difesa e l'isolamento dalle relazioni sociali, potenziali fonti di contagio. La vita affettiva e psicologica è stimolata a continuare su degli schermi come se nulla fosse, in un eterno intrattenimento che allontana dal disagio psicologico e dalla mancanza di regolazione emotiva che questa chiusura forzata crea nei nostri corpi. Come se questo fosse il prototipo di relazione sociale che il ventunesimo secolo offre, come se questa assenza di fisicità fosse normale.

Ogni attività ludica, lavorativa e didattica è spostata sugli schermi della tecnologia fissando l'essere umano su un'altalena emotiva che oscilla fra un senso di limitatezza corporeo e un senso di eterna onnipotenza mentale e ciò non fa che accentuare il divario fra mente e corpo di cui si parlava prima, buttando l'individuo in un continuo stato dissociativo. Per quanto gratU della possibilità di vedere e sentire i propri carU e i propri amici online, di poter continuare a studiare e lavorare, è nostro dovere riconoscere le problematiche che questo tipo di organizzazione comporta, essendo anche questa intrisa di privilegio.

Le studentә hanno vissuto la pandemia in modo diverso a seconda del loro status sociale: da una parte abbiamo gli studentә economicamente privilegiatә che hanno potuto seguire in DAD e alcunә di loro avere anche a disposizione un sostegno psicologico privato; dall'altra le studentә privi dei necessari devices o con scarsa connessione internet, che oltre a rimanere indietro con le lezioni, hanno provato ad usufruire dello sportello psicologico gratuito con lunghe attese. Lə primә hanno potuto usufruire di una buona connessione, che non ha causato frustrazioni e ansie durante gli esami online e quindi continuare la propria carriera accademica senza troppi inconvenienti, perlomeno relativi a questo ambito. Lə secondә si sono ritrovatә a perdere borse di studio per svariate ragioni, dalla impossibilità a svolgere il tirocinio in presenza, alla difficoltà di concentrazione davanti uno schermo che ha rallentato i tempi di studio, con conseguente costrizione ad abbandonare gli studi.

Moltә studentә dunque stanno pensando di abbandonare gli studi universitari o non cominciarli, così come nelle scuole secondarie ci sono 34mila studentә che rischiano di abbandonare la scuola, come riporta Save The Children. Le anzianә invece sono sempre più soggettә all'ageismo (termine coniato da WHO, è un insieme di pregiudizi e stereotipi nei confronti di una persona, in base alla sua età), hanno difficoltà di accesso ai servizi sanitari non solo per la loro crescente privatizzazione, ma perché questi sono diventati molti digitalizzati, e non avendo qualcun che possa istruirli al loro utilizzo con serenità, passano la maggior parte del tempo in solitudine e preferiscono non chiedere aiuto. Questo genera frustrazione e ulteriore incomunicabilità.

Quella che si sta vivendo è una crisi universale, crisi che trascende sesso ed età, è una crisi umana che dovrebbe spogliarci da ogni nostra ideologia o caratteristica sociale. Oggi, 7 aprile 2021, Giornata Internazionale Contro la Commercializzazione della Salute, a più di un anno dall'inizio della pandemia globale, chiediamo alle istituzioni di guardare attentamente ciò che sta succedendo e di prendere consapevolezza dell'importanza della salute mentale come necessità umana e non come privilegio economico.

Abbiamo bisogno di un modello di intervento bio-psico-sociale che implichi la prevenzione e promozione di benessere fisico, psicologico e sociale di tuttә. Dunque un'azione integrata di medicә, psicologicә e operatorә sanitarә che cooperano in vista di un unico obiettivo comune: la salute individuale e collettiva.

A questo link trovi la nostra diretta del 28/03/2021 su questo tema.

Riferimenti:

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