Rettorato 2021

Appunti da un’occupazione (fallimentare?)

Esattamente una settimana fa mi svegliavo sul parquet del rettorato della mia università. Stavo partecipando all’occupazione decisa dagli studenti per protestare contro l’adozione di misure di proctoring da parte dell’ateneo, e per chiedere l’attuazione di politiche che potessero compensare gli effetti drammatici avuti dalla pandemia sugli universitari, dalle accresciute difficoltà economiche alla mancanza di spazi adeguati allo studio e alla socialità.

Per “proctoring” (termine che potrebbe tranquillamente essere tradotto con “sorveglianza” o “supervisione”, cosa che per qualche ragione gli atenei si guardano bene dal fare) si intende un insieme di misure che dovrebbero permettere ai docenti di verificare che gli studenti non copino nel corso degli esami scritti online. Tali misure, che includono un tracciamento dell’attività del computer e dei movimenti del corpo nel corso dell’esame, vengono implementate tramite l’utilizzo di software appositi che sfruttano l’intelligenza artificiale. Inutile dire che ciò pone una miriade di problemi, dal trattamento dei dati personali ai bias discriminatori passando per i requisiti di connessione necessari per far funzionare il software, per non parlare della totale sfiducia nei confronti della componente studentesca e della concezione limitante e limitata di didattica di cui il proctoring è simbolo.

Quando l’occupazione è finita, la domanda che mi sono sentita rivolgere una volta tornata a casa è: avete vinto?

Risposta breve: no. Le misure di proctoring sono state approvate dal consiglio di amministrazione dell’università, dopo che il rettore è letteralmente fuggito per evitare di incontrare una delegazione di studenti occupanti.

Risposta lunga: l’occupazione non ha fatto che rafforzare la mia convinzione che questo tipo di esperienze sono sempre in qualche misura delle vittorie. Non abbiamo ottenuto l’abolizione del proctoring o le garanzie che chiedevamo, ma per una settimana abbiamo sperimentato un modo diverso di vivere: in primo luogo insieme, in un mondo che condannava le persone all’isolamento molto prima della pandemia; poi con impegno, collaborando per garantire il benessere e la sicurezza di tutti e tutte, discutendo, studiando, scambiandoci opinioni e idee come da troppo tempo non avevamo lo spazio per fare; infine, prendendoci cura gli uni degli altri, con l’attenzione per i bisogni di tutti che la situazione imponeva.

Niente avrebbe potuto provare la natura degradante e assurda delle misure di proctoring meglio della testimonianza vivente di decine di persone che per otto giorni hanno abitato e attraversato uno spazio, nel mezzo di una pandemia globale, in sicurezza e con gioia. Niente avrebbe potuto evidenziare il fallimento delle istituzioni scolastiche e universitarie nel corso dell’emergenza pandemica meglio dello spettacolo di un gruppo di studenti che in poche ore mette a disposizione di tutti un’aula studio sicura e pulita, quando quelle dell’università sono chiuse da marzo 2020. In un anno di pandemia, niente ha saputo restituirmi la mia umanità quanto il tornare a condividerla finalmente con altri.

Abbiamo vinto? Forse no. Ma il corteo che ha marciato dal rettorato al campus universitario, l’ultimo giorno di occupazione, non sembrava un corteo di sconfitti. I discorsi, le testimonianze, i messaggi di quel giorno non erano di persone scoraggiate: sembravano anzi provenire da qualcuno che ha ritrovato la speranza dopo molto tempo. Quando il corteo è arrivato al campus, due ragazze camminavano accanto a me, guardandosi intorno. Sorridendo, una delle due si è voltata verso l’altra e ha detto: “Non è così che me la immaginavo, la prima volta che sarei entrata qui dentro”.

Articolo pubblicato su Grammelot magazine

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