FERMIAMO IL PROGETTO DI EDUCAZIONE SENTIMENTALE DELLA REGIONE

“Lezioni d’amore” è un progetto promosso dal consiglio regionale del Piemonte. Il suo principale promotore è il consigliere del Partito Democratico Molinari che ha scelto come collaboratori ed esecutori del progetto il filosofo Paolo Ercolani e la psicoterapeuta Giuliana Mieli.

Il progetto, approvato nell’estate dalla Regione, sarà attivo già durante quest’anno accademico nelle classi quinte delle scuole piemontesi che aderiranno.  

Ma cosa prevede il progetto?

Nella descrizione e presentazione del progetto i/le suoi/e promotori/rici hanno speso parole entusiaste per il primo esperimento concreto di un percorso scolastico che trattasse di educazione sentimentale, rivendicando che “il Piemonte parte per primo”.

In questi mesi il testo del progetto e le sue informazioni dettagliate non sono state rese pubbliche (o difficilmente reperibili), fatta eccezione per un testo di poche righe vaghe che incitano alla “rialfabetizzazione dei giovani”. Testo estremamente deficitario per non dire nullo dal punto di vista sostanziale.

L’ambiguità del testo del progetto non è la sola cosa che ci preoccupa.

La rete Non Una di Meno Torino fin da subito si è mobilitata contro il progetto a seguito di alcune dichiarazioni rilasciate negli scorsi mesi da Paolo Ercolani, autore e responsabile di “lezioni d’amore”.

Se dalle parole di Molinari il progetto ha l’obiettivo di combattere la violenza di genere (da lui considerata una patologia e non una violenza strutturale figlia della cultura patriarcale), Ercolani ha in più di un’occasione espresso idee misogine, transfobiche e discriminanti verso le soggettività lgbtqia+, con attacchi verso “il femminismo estremista” che “culminato nella teoria del gender ha legittimato la turba psichica di chi crede di poter scegliere la propria appartenenza sessuale a prescindere dal dato biologico”.

Giuliana Mieli durante la conferenza stampa di presentazione del progetto ha più volte rivendicato la necessità di una riscoperta e riappropriazione da parte delle donne di una fantomatica, nonchè discriminatoria, teoria secondo la quale la donna nasce con caratteristiche biologiche di sensibilità, sentimentalità, accudimento e predisposizione naturale a ruoli di cura e subalternità verso l’uomo, rivendicando questa qualità come un pregio da riscoprire ed insegnare.

E’ evidente come le persone individuate dalla Regione per portare nelle scuole il progetto hanno visioni discriminanti nei confronti delle donne, rendendo così concreto il rischio di alimentare stereotipi che ancora oggi relegano la donna ad una posizione di inferiorità e disuguaglianza nei confronti dell’uomo (quali la colpevolizzazione delle vittime e la biologicità dei ruoli di genere).

Crediamo che Ercolani e Mieli debbano dimettersi dal progetto in quanto portatori di idee e ideali discriminatori, bigotti ed escludenti.

Non solo, chiediamo l’immediato ritiro di tutto il progetto. Infatti, oltre all’incompatibilità e contraddizione nell’individuare come “educatori sentimentali” persone che legittimano pubblicamente la condizione d’asservimento della donna, crediamo che la struttura (inesistente) del progetto sia limitata, ambigua e inefficace, per non dire pericolosa.

Il progetto (composto da ventitrè righe totali, ventitrè!) rimane estremamente generico sugli strumenti e i contenuti che si vogliono affrontare per creare una consapevolezza e sensibilità all’affettività, sottolineando che il progetto non tratta di educazione sessuale.

Su quest’ultimo punto è importante soffermarsi.

Partendo dal presupposto che in Italia ogni anno diminuiscono in maniera esponenziale i/le giovani che non usano i contraccettivi e in parallelo diminuisce la consapevolezza e la conoscenza della sessualità, il progetto ed Ercolani in primis considera l’educazione sessuale un qualcosa di inutile e slegato dal contesto affettivo e sentimentale, come se il sesso rappresenti una meccanica scientifica, rigida e senza implicazioni emotive.

E’ evidente come un progetto del genere, affidato a persone dal dubbio nonchè pericoloso bagaglio ideologico, rappresenterebbe, se applicato, una trasmissione di sapere reazionario con strumenti nocivi ai/alle giovani.

Cosa vogliamo nelle scuole e nei luoghi della formazione?

I dati sui femminicidi, sulla diminuzione dell’uso dei contraccettivi, sulle molestie e violenze diffuse, le aggressioni e discriminazioni omotransfobiche, sono indicatori di come sia necessario e urgente un intervento puntuale e strutturale, soprattutto tra le giovani generazioni, in merito alle violenze di genere, affrontando il problema alla radice, alla base su cui si fondano atteggiamenti sessisti e omotransfobici, cercando di scardinare la cultura patriarcale e maschilista che permea la quotidianità di tutti/e, anche nei luoghi della formazione.

Per fare ciò è innanzitutto necessario un finanziamento di risorse che porti l’educazione sessuale e sentimentale all’interno dei percorsi scolastici dei/delle giovani, riconoscendone così l’importanza.

Nelle scuole vogliamo progetti che in maniera intersezionale riescano a parlare non solo di educazione sessuale, sentimentale e affettiva ma che declinino il tutto in una chiave di paritarietà ed inclusione delle differenze a partire dall’identità di genere, dall’orientamento sessuale fino all’etnia.

La scuola e la conoscenza sono veicoli fondamentali e primari per promuovere una cultura che sensibilizzi su temi quali il consenso, la paritarietà delle relazioni e tra le persone, la gestione non violenta dei conflitti, il linguaggio non discriminatorio, il machismo, la destrutturazione dei ruoli di genere e la loro binarietà.

Riguardo all’educazione sessuale non pensiamo come Ercolani che le/i ragazzi/e imparino da soli/e le dinamiche del sesso, o meglio, non crediamo che questo elemento possa rappresentare automaticamente la costruzione e la consapevolezza di relazioni e rapporti sessuali paritari e basati sul reciproco rispetto e consenso.

Vogliamo percorsi di educazione sessuale che parlino di contraccezione e dei rischi del sesso non protetto (diffusissimo tra le nuove generazioni). Percorsi che non siano influenzati da retoriche familistiche tornate in voga recentemente con il nuovo governo a trazione leghista. Percorsi che parlino di sesso quale rapporto di piacere e soddisfacimento di desideri fuori dalle retoriche riproduttive e meccaniche.

Non solo le scuole devono essere sensibili alla necessità di parlare di educazione sessuale, anche le università possono e devono implementare spazi e corsi che trattino le tematiche di genere, ampliando alcuni sporadici esperimenti di studi di genere, come a Torino con il recente corso dedicato alla storia dell’omosessualità.

Esistono tutt’oggi progetti in campo capaci di prevede la formazione di studenti e studentesse sull’educazione sessuale e sentimentale, sulle tematiche di genere e sulle tematiche LGBT+.

“Che cos’è l’amor” è un progetto nato a livello nazionale da Rete della Conoscenza e da altre realtà nazionali che va proprio in questa prospettiva.

Progetti di questo tipo tuttora sono rari, poiché gli argomenti trattati vengono ancora considerati come tabù anche a causa dello stampo cattolico ancora oggi presente nelle nostre aule, vengono trattati superficialmente, in un’ottica patriarcale, sessista ed etoronormata, o non vengono affatto trattati. Ma non è forse questo il motivo principale per cui andrebbero attivati nelle nostre scuole percorsi come questo?

Il progetto, che parte dall’identità sessuale, tocca il tema delle discriminazioni e conclude con i metodi di interruzione di gravidanza, ha come obiettivo la sensibilizzazione e la piena consapevolezza di studenti e studentesse su questi temi. È  strutturato in maniera tale da poterli affrontare in modo completo, inclusivo e facilmente accessibile, grazie anche all’intervento di realtà diverse e specifiche, che nel corso del progetto si alternano declinando le tematiche in appuntamenti diversificati.

Sono pochi i luoghi in cui ragazzi e ragazze si sentono liberi/e di confrontarsi sul mondo del sesso, per cui spesso le informazioni che hanno sono nulle o scorrette. È invece importante che tutti e tutte siano consapevoli di ciò che sono, di ciò che vogliono e di ciò che fanno e che si sentano liberi/e di condividerlo, discuterne, esprimerlo.

È dunque importante che progetti come quello di “Che cos’è l’amor”, vengano attuati negli istituti, per garantire una serena e libera autodeterminazione del singolo individuo, che, dotato degli strumenti giusti, sarà in grado di definirsi, o non definirsi, come meglio crede.

Fuori da scuole e università…

Sarebbe però difficile immaginare dei percorsi funzionali ed efficaci contro la violenza di genere in una prospettiva di educazione alle differenze se parallelamente non si accompagna un processo di sostenibilità e coerenza che rimanga presente anche al di fuori delle mura scolastiche.

Ad oggi ad esempio molti strumenti contraccettivi sono inaccessibili per motivi economici (alti costi), ideologici (farmacie e medici antiabortisti/e), spaziali (molto spesso i servizi sono difficili da raggiungere) e informativi (il reperimento delle informazioni sulla contraccezione e la sessualità sono per la maggior parte dovuti ad “autoformazione”).

Per dare centralità al tema della violenza di genere cercando di estirparne le radici, cercando di agire in un’ottica preventiva, è necessario imbastire una “rivoluzione culturale” che parta dalle scuole ma che veda parallelamente la miglioria dei servizi sanitari quali consultori o centri per l’ascolto, il tutto accompagnato da un cambiamento culturale radicale che rimetta al centro il tema del patriarcato quale sistema di dominio diffuso nell’intera società.

 

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