DDL PILLON: UN ATTACCO FRONTALE AL DIVORZIO

Il ddl 735, denominato “ddl Pillon”, presentato lo scorso 10 settembre in Commissione Giustizia rappresenta ad oggi un pericolosissimo tentativo di arretramento sul piano del diritto di famiglia in chiave di ristrutturazione del potere maschile sulle vite delle donne.

Pillon, Fontana e Salvini sono spaventati dai nuovi processi di presa di parola, di denuncia e mobilitazione contro la violenza sistemica patriarcale che negli ultimi anni le donne di tutto il mondo, Italia compresa, hanno riversato nelle strade, nei luoghi di lavoro ma anche in famiglia, rifiutando sistemi di potere e subalternità radicati anche in ambito domestico.

Il progetto di Pillon e del gruppo parlamentare “Famiglia e Vita” deve essere iscritto all’interno di un contesto sociale in cui il cosiddetto “popolo del Family Day” tenta irrimediabilmente di recuperare un terreno politico reazionario, bigotto e conservatore continuamente attaccato e messo a dura prova dalla nascita del movimento Non Una di Meno e di una rete transfemminista globale che non accetta più strumentalizzazioni e repressione sui propri corpi nel nome del mantenimento del sistema di dominio patriarcale.
In Italia negli ultimi mesi abbiamo assistito a dichiarazioni e tentativi di normalizzazione etero-patriarcali che si concretizzano ora sul piano legislativo con il ddl Pillon. Il disegno di legge attacca gravemente la libertà di autodeterminazione ed emancipazione delle donne che si troverebbero sotto ricatto e senza reale libertà di scelta in caso di decisione o volontà di separazione dal marito, andando seriamente a minare il diritto al divorzio.
Nel dettaglio, il ddl denota fin da subito un orizzonte appiattito e schiacciato sull’eteronormatività e, di conseguenza, sull’esclusiva legittimazione delle coppie eterosessuali. Queste, infatti, sono le uniche coppie accettate quando si parla di bigenitorilità (principio che prevede il diritto e dovere di entrambi i genitori nell’avere un rapporto continuativo con i/la figlio/a anche in caso di separazione e divorzio) escludendo qualsiasi soggettività non normalizzata ai canoni eteronormativi. Il progetto leghista è ovviamente incentrato sul principio di tutela della famiglia in chiave patriarcale. Famiglia come nucleo fondamentale per la stabilità della società, in cui la donna rientra nell’immaginario schiavista dell’accudimento domestico, del mantenimento dell’unità familiare e di tutela alla serenità cattolica della famiglia in cui la donna assume un ruolo di subalternità rispetto all’uomo e di responsabilità verso la crescita dei/delle figli/e.

L’introduzione della mediazione civile obbligatoria in caso di figlie/i minorenni è una proposta gravissima sotto molteplici aspetti. Innanzitutto prevede l’esborso obbligatorio di denaro che non è scontato in termini di accessibilità economica.
Oltre a questo non prende in considerazione (volontariamente) il fatto che ad oggi la maggior parte delle richieste di separazioni avviene per ragioni di violenze di genere avvenute in ambito domestico, luogo in cui il dominio dell’uomo verso la donna e verso i/le figli/e è più riparato e sicuro.
Di fronte a questo dato l’obbligo della mediazioni porrebbe la donna e/o i/le figli/e a doversi confrontare forzatamente con chi ha esercitato verso di loro dinamiche di violenza o potere senza considerare le sensibilità e necessità di elaborazione da parte della vittima.

La proposta di affido condiviso introdurrebbe un’equa divisione dei tempi per i/il figlio/a tra madre e padre, considerando il/la minore come un pacco da sistemare da una parte all’altra senza minimamente tutelare la stabilità di tempi e contesti di vita del/della minore.
Dietro a questa proposta ci sarebbe una fantomatica necessità di ristabilire la parità di gestione dei/delle figli/e troppo spesso affidati/e per la maggior parte alle madri, come se l’equa distribuzione del carico educativo, di accudimento e responsabilità verso i/le figli/e per l’uomo sia solo un diritto post divorzio e non un dovere durante il rapporto coniugale. In realtà è lo stesso Pillon a esprimere le reali intenzioni di questa legge: togliere la libertà di divorzio complicando l’accessibilità alla separazione.

L’abolizione dell’assegno di mantenimento tramite l’introduzione del mantenimento diretto dei due (ex) coniugi graverebbe molto sulle donne. In Italia, i dati lo dimostrano, le donne sono ancora estremamente discriminate sul luogo di lavoro con differenze ampissime di reddito nei confronti degli uomini. Nel caso di impossibilità di mantenimento del/la figlio/a, si instaurerebbe la legittimazione di un principio di classismo di genere.

Infine la costruzione di un disegno di legge sulla base dell’alienazione parentale, fantomatica sindrome dovuta all’incapacità genitoriale (prevalentemente della madre, a cui si attribuisce il ruolo di accudimento e cura de/la figlio/a) di crescita del/la figlio/a è un esempio di come la retorica della teoria del gender sia ormai egemone nella costruzione a tavolino del valore scientifico di teorie fasulle e discriminatorie quali l’alienazione parentale per giustificare la colpevolizzazione delle madri nell’educazione dei/delle figli/e.
Di nuovo, non ci si interroga sulle radici che stanno alla base di atteggiamenti o comportamenti di difficoltà del figlio/a nel rapportarsi con uno dei genitori (quali ad esempio violenze o molestie) ma si definisce il problema come un qualcosa di patologico da combattere sul fronte medico-psichiatrico tramite una mediazione obbligatoria piuttosto che tramite percorsi di tutela e garanzia per il soggetto debole.

Non possiamo non però notare come il ddl Pillon sia servito da sasso nell’acqua con effetto d’onda propagatrice rispetto a tutta una serie di attacchi ai diritti delle donne che dopo la proposta del ddl è stata portata nei confronti della legge 194, attacchi culminati con la mozione di Verona e le relative proposte in altre città quali Ferrara e Roma.
Per questo è necessario portare un piano di mobilitazione forte, largo, radicale e diffuso nei territori, che viva nei territori, che possa rifiutare in maniera massiccia e maggioritaria il ritorno al Medioevo ormai non più solo propagandato ma portato su un piano reale e pratico di attacco ai servizi, al welfare e ai diritti delle donne, andandone a peggiorare le condizioni di vita quotidiane.
Lo Stato di Agitazione Permanente lanciato da Non Una di Meno è il primo passo verso una riconquista transfemminista capace di partire da un terreno difensivo per trasformarsi in motore propulsivo di un rilancio generale contro il sessismo, in grado di destrutturare l’ordine patriarcale abbattendone pezzo per pezzo ogni sua ramificazione nei tribunali, nelle leggi, nelle case, nelle famiglie, nel sistema economico, nelle strade, nei rapporti, nelle istituzioni.

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