Dai mari alle montagne, libertà di movimento per tutt*!

Dai porti sul Mediterraneo alle Alpi, e oltre: nessuno spazio per razzismo e fascismo.

La lotta alle frontiere non è circoscritta a regioni particolari: gli individui si spostano, approdano a nord come a sud, e vengono accolti non con la solidarietà e la dignità che si dovrebbe riservare ad ogni essere umano, ma da sistemi di repressione violenta, unica risposta concreta che l’attuale governo, in piena continuità con quelli precedenti, intende mettere in campo in questo momento. A Torino, e su tutta la frontiera italo-francese delle Alpi, la violenza perpetrata su ogni individuo in movimento è la stessa: gendarmeria francese e militari italiani sono schierati sul confine, con la forza costringono all’identificazione, al dare le proprie impronte digitali, la violenza fisica e l’umiliazione sono la regola. Al Sud, i porti blindati mettono in luce la gravissima volontà politica del Governo italiano di voler strumentalizzare persone che scappano da scenari di guerra terrificanti, che percorrono fughe che durano anche anni in cui ricatti e torture sono all’ordine del giorno, per proseguire il proprio programma reazionario di criminalizzazione di chi è povero e di chi subisce sulla propria pelle le conseguenze di guerre, accordi internazionali e depredazione di risorse prime dei propri territori volute e messe in atto proprio dai famosi e virtuosi paesi occidentali che oggi non tollerano l’esistenza di flussi migratori verso la parte del mondo privilegiata. Ancora, per quelle soggettività migranti a cui viene concesso lo sbarco e l’inserimento nei programmi di “accoglienza”, non esiste in realtà alcuna certezza rispetto alla garanzia di autodeterminazione di queste persone, le quali, spesso, vivono perlopiù in condizioni al limite della detenzione, con pasti scadenti e condizioni igienico-sanitarie inqualificabili. Chi finisce in mezzo a una strada, invece, vive nella condizione di chi non possiede nulla e, per garantire la propria sopravvivenza, dovrà piegarsi a qualsiasi forma di ricatto attraverso le forme di sfruttamento più disparate: dal lavoro nei campi secondo il noto sistema del caporalato, ai lavori in nero che sopravvivono sull’abbattimento dei costi della manodopera di chi non ha la cittadinanza, in quanto particolarmente ricattabile, allo sfruttamento sessuale fino ad arrivare a quello minorile, nei traffici condotti dalla criminalità organizzata.

La cosiddetta “ accoglienza” poggia su un sistema alla cui base c’è una selezione di chi può essere considerato ospitabile e chi invece non è degno di potersi spostare dal proprio paese, un migrante buono e uno cattivo, “economico”, destinato ad essere espulso o ad entrare nel circuito di sfruttamento del lavoro a basso costo.

I pochi a cui viene riconosciuta la protezione internazionale o lo status di rifugiato sono obbligati a rimanere nel Paese, talvolta alla mercè di cooperative che guadagnano riducendo al minimo quello di cui dovrebbe beneficiare la persona migrante; comunque costretti a non potersi muovere liberamente e senza un sostanziale riconoscimento dei diritti.

Chi si vede negata la domanda d’asilo invece o viene espulso oppure diventa un “clandestino”, impiegato come manodopera in nero nelle filiere produttive di merci, alimenti, traffici illeciti e tratta di essere umani.

Le persone migranti che raggiungono l’Europa vengono quindi differenziate, etichettate in maniera diversa ma comunque destinate a diventare garanzia di profitto per le tasche di organizzazioni malavitose e imprenditori. La segmentazione e l’inclusione differenziale della collettività migrante (per esempio la ridefinizione delle diverse categorie di migrante “comunitario” ed “extra-comunitario” di pari passo con il processo di integrazione europea o la gestione delle procedure di concessione dello status di rifugiato) è funzionale all’edificazione di un sistema di ricatto e alla ridefinizione continua e rinnovata di un discorso teso a individuare l’alterità da espellere come non conforme e non integrata in un disciplinamento sociale – le soggettività migranti devono costantemente dimostrare di meritarsi l’integrazione del dispositivo della cittadinanza enfatizzando una buona condotta prossima alla santità e l’accettazione passiva di mansioni lavorative dequalificate prossime alla schiavitù.

Da questa condizione di precarietà esistenziale, da questa economia della promessa il cui soddisfacimento è sempre rimandato riconosciamo nella gestione delle soggettività migranti gli stessi tratti, solo a un grado di inclusione maggiore nei processi di cittadinanza, che colpiscono le fasce di popolazione “autoctone” impoverite dalla crisi e spogliate dei diritti sociali, proprio in nome delle quali le “forze del cambiamento” della destra europea hanno promosso politiche ancora più escludenti verso le soggettività migranti. Spesso questo atteggiamento viene giustificato da una retorica di tipo paternalistico che vede nei migranti dei corpi passivi mobilitati secondo progetti occulti di impoverimento salariale delle popolazioni locali o di una sostituzione etnica che rasenta il complottismo. Sebbene non si debba distogliere lo sguardo da quali sono le cause storiche, politiche, climatiche e ambientali che hanno prodotto le grandi migrazioni a cui stiamo assistendo, passivizzare il migrante, guardare a esso solo come a un ingranaggio utile per promuovere un ulteriore impoverimento della popolazione “autoctona” ignora i molteplici casi nei quali proprio le soggettività migranti si sono rese promotrici o hanno portato ingenti contributi per contestare un sistema di sfruttamento che, in gradi diversi, colpisce a prescindere dal colore della pelle: i braccianti di Rosarno, i braccianti in sciopero dell’Agro Pontino, i lavoratori della logistica impegnati nelle proprie lotte, le lotte per la casa di famiglie artificiosamente distribuite su diversi spettri della divisione etnica (italiani, stranieri comunitari, stranieri extracomunitari, rom, sinti) ma unite da un bisogno condiviso sono tutte dimostrazioni evidenti e pulsanti di come è proprio la connessione nelle lotte con le soggettività migranti a facilitare un attacco diretto contro gli apparati dello sfruttamento e di come un discorso relativo all’accoglienza e all’autodeterminazione del migrante sia perfettamente compatibile per attualizzare e pretendere un programma di autodeterminazione totale per tutti e per tutte rivendicando un recupero e un allargamento di quei diritti sociali sottratti negli ultimi vent’anni.

La rottura delle barriere della disuguaglianza economica e sociale, l’attacco diretto agli apparati dello sfruttamento, della precarizzazione e del profitto e la violazione delle frontiere territoriali sono tutte declinazioni dello stesso gesto.

 

In Piemonte, presso il Colle del Monginevro, dal 19 al 23 settembre parteciperemo perciò al campeggio itinerante Passamontagna che nasce proprio dalla volontà di condividere esperienze, pratiche, idee e analisi tra coloro che hanno scelto di battersi per un mondo senza autoritarismi e frontiere. Durante le cinque giornate avranno luogo diverse iniziative pratiche e momenti di approfondimento, venerdi 21 si svolgerà dalle 15 anche un grande corteo contro le frontiere per le vie di Bardonecchia. L’obiettivo finale sarà quello di conoscersi, riconoscere i terreni di lotta e gli spazi di conflitto praticabili sul piano locale, nazionale e internazionale in maniera efficace e decisiva. Per tutte le informazioni tecniche del programma e della logistica del campeggio rimani aggiornato attraverso le seguenti pagine:

Chez Jesus- Rifiugio Autogestito e Campeggio itinerante PASSAMONTAGNA dal 19 al 23 settembre 2018

 

About Studenti Indipendenti

Siamo gli studenti e le studentesse dei collettivi universitari di Torino, ci battiamo per un'Università pubblica e di qualità, contro qualsiasi forma di repressione e sfruttamento, per una società anti-razzista, anti-sessista, anti-fascista, libera ed egualitaria. In università, in città, servi/e di nessuno!

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