COVID-19: tra emergenza, privilegio, cura e diritti.


Nel momento in cui scriviamo il numero di contagiati/e da Covid-19 conta più di 10mila persone, di cui 631 deceduti/e a causa del virus. L’Italia è stata dichiarata zona protetta, ovvero l’intero territorio è soggetto ad una serie di misure restrittive che vietano spostamenti eccetto per giustificati motivi, per ragioni lavorative o per fare ritorno al proprio domicilio o residenza.
Vogliamo provare ad analizzare alcune sfaccettature, conseguenze, reazioni e proposte che nelle ultime settimane si sono create in seguito alla rapida espansione del contagio del Covid-19.

Tra il riduzionismo e il razzismo scegliamo cura e solidarietà.
E’ innegabile che la paura, l’allarmismo e la preoccupazione, tanto nell’opinione pubblica e nelle istituzioni, quanto nella popolazione, ha avuto un crescendo rispetto all’aumento del contagio.
Nei primi giorni si poteva percepire una generale serenità e sicurezza, dettata dal fatto che il contagio era circoscritto a poche zone del nord Italia. Proprio in quelle settimane si è assistito ad una serie di analisi che miravano a sminuire la rilevanza del virus e criminalizzava le misure di restrizione giustificate da motivi sanitari che coinvolgevano lentamente molte parti del nord Italia.

Individualismo, egoismo, cura del proprio interesse ed assenza di solidarietà sono alcuni dei problemi che questa emergenza si porta con sè. 
Molti sono stati i discorsi che hanno denigrato la paura delle persone, ridicolizzato l’allarmismo e accusato chi, a livello istituzionale ma anche autogestito ed autorganizzato, si dotava di misure preventive e precauzionali. 
Secondo queste analisi non c’era nulla di cui preoccuparsi: le morti sarebbero state percentualmente esigue e comunque riguardanti persone deboli, in poco tempo si sarebbe trovata la cura al virus e in generale non era altro che un’influenza.
Di conseguenza le zone rosse altro non rappresentavano che un’ingiustificata misura eccessiva, meramente propagandistica e inutile per l’emergenza, considerata non meritevole di attenzioni mediatiche e politiche.
Noi pensiamo che questa prospettiva sia discriminante, classista e profondamente anti-solidale.

Il trans-femminismo ci aiuta ad affrontare il tema dell’attuale emergenza sanitaria con una lente d’ingrandimento più inclusiva e solidale rispetto a chi liquida il tutto con un semplice quanto inquietante “muoiono solo vecchi/e e deboli”, come se ci fossero vite più importanti di altre sulla base di chissà quali criteri di scelta.
Scegliere di adeguarsi a misure che restringono una parziale o totale socialità in caso di rischio di contagio altro non è che un grande atto di cura, empatia e solidarietà in un quadro fuori controllo e confusionario come l’attuale espandersi del virus.
Sono proprio i/le giovani i/le soggetti potenzialmente più contagianti, in quanto alcuni sintomi possono verificarsi in forma ridotta o in cui l’incubazione del virus è più lunga. 

I/le portatori/trici asintomatici/e o le persone che potrebbero aver contratto il virus da contatti con persone già accertate si trovano nella posizione di mettere a repentaglio la vita di anziani/e, immunodepressi/e e persone più deboli, oppure banalmente debilitare e costringere alla quarantena persone che invece non possono permettersi di rimanere in casa per motivi lavorativi, familiari o di salute.

Ognuno/a di noi si dovrebbe assumere una responsabilità individuale mossa da solidarietà, empatia, rispetto e cura.
Ogni persona ha il diritto di non essere contagiata dall’assenza di precauzioni altrui. Questo significherebbe sovradeterminare in maniera grave le persone che ci stanno attorno, mettendone a repentaglio la salute, senza lasciare alcuna scelta o permettere che possano evitare il contagio.

La responsabilità collettiva che l’emergenza corona virus ci deve obbligare a praticare coincide con una responsabilità individuale, capace di ascoltare, empatizzare e riconoscere che ognuno/a di noi è potenziale portatore/a di virus, di conseguenza potenzialmente dannoso/a (anche in modo grave e irreversibile) verso persone care e/o sconosciute.

Davvero pensiamo che sacrificare la socialità per 15 giorni sia così grave e impossibile anche a fronte di un virus che ha ritmi di contagio spaventosi?
Pensiamo davvero che la nostra socialità valga vite umane? Pensiamo sia giusto porre il nostro privilegio a discapito della salute di altre persone?
Se davvero vogliamo una società che sappia mettere tutti/e allo stesso livello e che possa garantire equità, allora anche in questo caso dobbiamo spogliarci del privilegio generazionale, anagrafico, di classe, di genere o etnico che abbiamo per permettere ai/alle più deboli e vulnerabili di essere maggiormente protetti/e e meno a rischio.


Solo così potremo assumere una prospettiva inclusiva, solidale e non discriminante verso nessuno/a.
Se da una parte si sviliscono le pratiche di cura, prevenzione, precauzione e tutela collettiva dal rischio, dall’altra si incita all’odio verso il popolo cinese e contro gli/le stranieri/e in generale, usando categorie stereotipanti che risalgono all’imperialismo europeo.
La prima e scontata reazione è stata di stampo razzista ed è stata promossa da presidenti della Regione come Zaia che hanno prontamente strumentalizzato il contagio per creare una guerra tra popoli. Un modo per rilanciare una guerra etnica razzista che vede un popolo (italiano) civilizzato, pulito ed efficiente, ed un altro (quello cinese) barbaro, sporco e bugiardo.
La colpa doveva avere dei responsabili e non potevano che essere gli/le stranieri i/le colpevoli. 

Mentre a destra si sciacallava in chiave razzista per tornaconti elettorali e di propaganda, alcune realtà autogestite e alcune figure intellettuali di sinistra sprecavano analisi finalizzate a smorzare il rischio sanitario, sostenendo che il virus causa meno morti dell’influenza “normale” e che alla luce di ciò le misure d’emergenza del governo e delle regioni erano ingiustificate, anzi, erano dannose, liberticide, volontariamente parcellizzanti e sproporzionatamente repressive. Tra le righe di queste analisi si leggeva un invito diretto a boicottare queste misure restrittive perchè altro non erano se non la prova generale ad futuro stato d’emergenza permanente. Poco importante se di mezzo c’è un alto rischio sanitario globale che ha una capacità elevatissima di contagio e morti.

Oltre a queste prospettive complottare, banalmente antisistema e classiste, si leggevano anche molti sforzi nello sminuire l’impatto del virus. “Fa meno morti ed è meno contagioso dell’influenza”, “causa morti solo tra anziani”,
“è solo al nord”, “è pericoloso solo per gli immunodepressi”.
Nel 2020 stiamo assistendo ad una campagna di vero e proprio darwinismo sociale in cui si legittima una società di più forti, più capaci e più fortunati contro soggetti deboli da sacrificare pur di non restringere per alcune settimane la socialità di massa e le piccole abitudine quotidiane dei privilegiati.

L’intersezionalità del privilegio dentro al Covid-19
In questo contagio globale si evidenzia ancora una volta una lotta mossa dal privilegiato/a (sia esso/a mosso/a dall’appartenenza di classe, dalla cittadinanza, dalla condizione lavorativa, dal genere o dall’anagrafica) contro il non-privilegiato (vulnerabilità sanitaria, economica o sociale), visto come soggetto che inficia la normale libertà d’azione del privilegiato.

Chi è giovane, con difese immunitarie resistenti e vive con altri/e soggetti meno espost/ei al rischio contagio (e magari benestante) è dal punto di vista sanitario e sociale privilegiato/a. 
Il privilegio però non si vede solo dalla salute personale, esistono anche fattori di classe e di genere che si evidenziano all’interno di questa congiuntura emergenziale.

La chiusura dei luoghi di lavoro, delle attività che creano socialità come bar, locali e ristoranti, impattano in maniera negativa sull’esercito di precari/e che lavorano con contratti a scadenza, in nero o tramite “lavoretti” saltuari e inciderà maggiormente su chi, anche prima del virus, doveva combattere contro una costante incertezza lavorativa e una generale condizione di sfruttamento.
Anche i settori del turismo e della cultura, particolarmente esposti a lavori intermittenti, con la disdetta di visite, prenotazioni e impianti creerà un buco di indotti e profitti che ricadrà su chi vi lavora.

Non possiamo essere indifferenti anche nel constatare come nei quartieri periferici delle città esistono grosse difficoltà nel garantire un passaggio di informazioni, comunicazioni e norme emergenziali verso persone straniere arrivate da poco in Italia ed escluse da qualsiasi percorso di accoglienza. 
Dobbiamo quindi anche riconoscere un privilegio etnico e di cittadinanza tra chi con televisioni, cellulari, giornali e socialità ha accesso a tutta la rete di conoscenza ed avanzamento del Covid-19 e delle misure conseguenti, e chi, escluso da canali d’informazione istituzionali e informali, potrebbe ignorare non per volontà ma per impossibilità, le evoluzioni del virus e delle misure governative. 

Inoltre le quarantene domiciliari e gli autoisolamenti dovuti alle poche strutture sanitarie adeguate obbligano i/le familiari ad assistere ora per ora i/le propri/e cari/e, andando ad incidere enormemente su un welfare familistico che pesa soprattutto sulle donne, nella gestione dei/delle figli/e e degli/delle anziani/e. 

Mantenendo come prospettiva il privilegio si può notare come negli ultimi giorni le decine di rivolte avvenute in tantissime carceri dal nord al sud del Paese impongono la necessità di parlare e confrontarsi con tutta una serie di soggettività invisibilizzate e cancellate dall’attenzione dell’opinione pubblica e dimenticata dalle istituzioni.
Ad ora sono nove i detenuti morti durante le rivolte. Le versioni governative dicono che sono persone morte per overdose di medicinali. Noi diciamo che sono morti assassinati dallo Stato.
Le rivolte scoppiate dalla paura del contagio in situazioni di maxi-sovraffollamento e la decisione di eliminare i colloqui esterni hanno dato la forza ai detenuti di ribellarsi contro un sistema incapace di prevenire le conseguenze del sovraffollamento ed indifferente alle esigenze e ai diritti delle persone recluse.

Non sono solo le carceri a rappresentare luoghi chiusi che isolano forzatamente e violentemente le persone in una fase così delicata.
Chi vive in contesti domestici violenti e di abuso rischia doppiamente forme di isolamento e solitudine molto pericolose e sappiamo che questi casi sono migliaia in tutto il Paese.

Pensiamo anche ad altre soggettività invisibilizzate: a chi una casa non ce l’ha e vive in strada o nei dormitori, alla condizione di estremo pericolo che vivono le persone che subiscono maltrattamenti e violenze a casa, ora più che mai isolate e con pochissime possibilità di fuoriuscita dalla violenza, alle sex workers, ai/alle migranti rinchiusi/e nei CPR o senza documenti sparsi per il paese.
Persone completamente ignorate e cancellate dall’opinione pubblica e poco tutelate.


Il corona virus attacca trasversalmente tutta la popolazione ma è innegabile che esistono fasce di popolazione e particolari soggettività più esposte al rischio sanitario e alle ricadute sociali ed economiche che comporterà questa emergenza.
Ignorare i rischi e le conseguenze del corona virus significa rimanere indifferenti verso i/le più deboli.

Più diritti per tutti/e!
In un quadro di emergenza sanitaria come quello attuale si è definitivamente e tragicamente svelata la retorica italiana del “miglior sistema sanitario europeo”. 
Da decenni assistiamo a scelte di politica sociale ed economica che disincentivano il finanziamento verso i servizi pubblici come la sanità. 
Negli scorsi decenni quasi 40 miliardi di tagli hanno ridotto posti letto, ridimensionato i reparti di terapia intensiva e tagliato migliaia di medici/che.

In un quadro di privatizzazione sfrenato ci troviamo ora a gestire le conseguenze di scelte che hanno tutelato i profitti privati piuttosto che gli interessi pubblici.
Ospedali strapieni, interi reparti chiusi per quarantena senza la possibilità di sostituire il personale, assenza di strumenti come amuchina e mascherine se non a prezzi esorbitanti, difficoltà di chiarezza e generale confusione di istruzioni alla popolazione, intasamento dei numeri verdi e di altri servizi e tanto altro. Questi sono i risultati diretti della continua sottrazione di risorse pubbliche alla sanità.

Non solo. Di fronte all’emergenza ecco la ventilata possibilità di prendere in considerazione a quali pazienti dare precedenza nella terapia intensiva. Come se l’età, la salute o il prestigio sociale possano essere criteri per scegliere quale vita valga di più. Come se esistessero persone più legittimate a sopravvivere di altre.

In questo quadro vogliamo provare a de-costruire le retoriche complottiste, i discorsi escludenti verso le persone più a rischio e le analisi che spingono a mettere in primo piano la lettura securitaria ed emergenziale a discapito della salute e della sanità. Per noi sono due temi prioritariamente importanti che vanno affrontati in maniera sistemica, senza abbandonare nessuno/a.

Le misure restrittive alla libertà di movimento conseguenti all’espandersi del corona virus rappresentano un’eccezione unica nel panorama securitario italiano dal dopo-guerra. La stretta securitaria è evidente ma davvero riteniamo che precauzione e prevenzione di fronte ad un virus letale verso potenzialmente moltissimi/e soggetti a rischio sia un dispositivo da cui ribellarsi in una fase di emergenza sanitaria conclamata ed oggettiva?
Non sarebbe al contrario rivoluzionario empatizzare con le persone più deboli e garantire sicurezza sanitaria e libertà di autodeterminarsi?

Prendere misure di precauzione individuale non significa perdere la socialità, soprattutto se per periodi ridotti. In questo quadro questa scelta rappresenta l’unica scelta moralmente rivoluzionaria e solidale perchè realmente inclusiva.
Non possiamo leggere in questa fase il nostro ruolo come singoli/e e realtà di semplice e sterile critica al “sistema”. Dovremmo interrogarci su quale possa essere questo ruolo, come individualità e come collettività.

Se come singole persone possiamo aiutare gli/le altri/e diminuendo la possibilità di contagio allora questo va fatto.
Se come collettività, fatta di reti di singolarità e di gruppi, possiamo aiutare le persone più vulnerabili innestando pratiche di mutuo aiuto e solidarietà in totale sicurezza e tutela sanitaria questo va fatto.
Sarebbe un ottimo modo per ricostruire tentativi di mutuo aiuto slegati dalle logiche del profitto del capitalismo e dell’odio fascista. Pratiche mutualistiche basate sulla solidarietà e sul riconoscimento che nessuno/a va lasciato solo/a.

Perciò pensiamo che in questa fase sia necessario che ognuno/a adotti per tutela collettiva pratiche di precauzione e prevenzione.
Pensiamo però che la situazione di emergenza non possa essere sobbarcata solo sulle singole pratiche ma necessiti di un piano politico che permetta agli/alle “ultimi/e”, ai/alle non privilegiati/e e alle persone invisibilizzate di poter vivere degnamente anche nelle prossime settimane, che ci obbligano a ridefinire le nostre abitudine quotidiane e le nostre fonti di reddito. 

Non solo. I mercati internazionali crollano, molte attività lavorative ridimensioneranno le assunzioni, migliaia di lavoratori/trici precari/e saranno ancora più precari/e.
Nel breve futuro sappiamo che la prospettiva di una crisi economica è assai probabile ma in anticipo vogliamo già anticipare che se crisi sarà non la pagheremo noi.
Per noi, ora più che mai, rimane prioritario tutelare ed espandere i diritti sul lavoro, nel welfare, nell’autodeterminazione delle persone, nell’istruzione.
Allo stesso tempo è ugualmente prioritario non esimersi dal riconoscere che come singole persone abbiamo un ruolo attivo nel garantire maggiore sicurezza sanitaria a chi ci circonda.

Rivolgendoci a tutti e tutte chiediamo che ogni persona assuma comportamenti e pratiche che non ledano, nemmeno potenzialmente, la salute altrui.

Vogliamo un rifinanziamento completo ed espansivo del Sistema Sanitario Nazionale, che investa in strutture e personale, garantendo al massimo tutte le esigenze sanitarie presenti nel Paese.

Vogliamo un reddito di quarantena per tutte le persone precarie. Dalle cooperative al mondo dello spettacolo, dal settore del turismo agli/alle educatori/trici fino ai/alle lavoratori/trici autonomi/e: chiunque rischia di vedersi interrotta la continuità salariale senza alcun ammortizzatore o misura d’integrazione alla mancanza di entrata del reddito. 

Vogliamo vengano sospesi o rateizzati mutui, bollette, tributi e tasse per permettere a chi sta subendo un ridimensionamento del reddito causato dalla chiusura o dall’interruzione del lavoro, di non dover fare sacrifici.
Vogliamo che vengano anche bloccati gli sfratti.

Vogliamo che l’università garantisca l’esenzione delle tasse universitarie per tutti/e gli/le studenti alla luce dell’interruzione dei servizi didattici garantiti dalla tassazione universitaria che ad oggi sono stati sospesi o ridimensionati.

Vogliamo un’amnistia verso i/le reclusi/e più esposte ad rischio contagio, verso chi è incarcerato per reati minori e per chi è in regime di semilibertà. Questo permetterebbe in maniera sistemica di evitare il sovraffollamento (letale per la diffusione del Covid-19) e re-inserire i colloqui con l’esterno in maniera sicura.

Vogliamo il blocco dei respingimenti e la garanzia di cure adeguate per chi non ha documenti senza il rempatrio punitivo. Vogliamo anche il rifinanziamento immediato delle case delle donne per svolgere le quarantene in sicurezza e senza i violenti in casa, l’aumento e la sanificazione dei dormitori.

About Studenti Indipendenti

Siamo gli e le studenti dei collettivi universitari di Torino, ci battiamo per un'Università pubblica e di qualità, contro qualsiasi forma di repressione e sfruttamento, per una società anti-razzista, anti-sessista, anti-fascista, libera ed egualitaria. In università, in città, servi/e di nessuno!

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