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Repressione su misura - #iostoconEddi

Da anni e instancabilmente la giustizia torinese offre a noi giovani studiose/i di diritto occasioni seminariali non richieste: preferiremmo raffrontare le pagine dei nostri polverosi manuali con ben altro «diritto vivente», e invece siamo dentro quello che ormai tante autorevoli voci considerano un «sistema», un criticabile modello di gestione (e criminalizzazione) del dissenso politico.

Ci riferiamo, tra le altre, alla vicenda giudiziaria di Eddi Marcucci, di cui giovedì 12 novembre al Palagiustizia andrà in onda un’altra puntata.

Eddi era tra i cinque «proposti» alla sorveglianza speciale da parte della Procura di Torino, accomunati dal fare attivismo politico nel territorio e l’essere stati in Siria a combattere l’ISIS, negli stessi anni in cui lo Stato Islamico diffondeva sangue e terrore anche in Europa.

Nei loro confronti la Pm Pedrotta a fine 2018 chiedeva alla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di applicare la sorveglianza speciale: «è necessario – scriveva – contenere la pericolosità dei proposti (…) con divieto di dimora nel comune di Torino, per evitare che possano commettere ulteriori condotte che mettono in pericolo la sicurezza pubblica (…) per la durata di 2 anni».

Dopo che per due dei cinque, Davide e Jak, era già intervenuto il rigetto, a marzo 2020 nei confronti della sola Eddi veniva notificato un decreto di accoglimento che disponeva (da subito: il ricorso non ha effetto sospensivo) limitazioni gravissime della libertà personale: consegna di passaporto e patente, divieto di partecipare a ritrovi con più di tre persone o a «pubbliche riunioni», divieto di allontanarsi da casa dalle 21 alle 7, obbligo di portare con sé una carta precettiva da esibire a ogni richiesta degli agenti.

Quella richiesta dalla Procura è una delle misure di prevenzione personali ora disciplinate dal d. lgs. 2011 n. 159 c.d. codice antimafia ma che affondano le radici nel passato: nelle misure di polizia preunitarie (contro oziosi, vagabondi e poi briganti), nella legislazione che affiancò il pure liberale codice Zanardelli e, ovviamente, nei testi unici di pubblica sicurezza fascisti del ‘26 e del ‘31 (da cui il confino di polizia, via ‘amministrativa’ per l’eliminazione dei dissidenti politici).

Nelle sacche di questi istituti, di cui l’ordinamento sembra aver bisogno pur riconoscendosi in un quadro di garanzie costituzionali, c’è il peggio del diritto penale: l’ideologia della difesa sociale e il diritto penale d’autore.

Sono (e restano, nonostante la protezione della giurisprudenza e le correzioni del legislatore) «pene del sospetto». Se nell'ambito del «doppio binario sanzionatorio» del codice Rocco le misure di sicurezza, indeterminate nel massimo, presuppongono un reato o quasi-reato, queste sono «praeter delictum»: non c’è reato né colpevolezza da accertare con processo, solo un più generico e manipolabile giudizio di pericolosità sociale.

Una natura repressiva evidente persino nella lettera e nell’estetica della sorveglianza speciale, col paternalismo della prescrizione di «vivere onestamente, rispettare le leggi» e l’antistorico libretto rosso da sorvegliato/a – da brividi, se li pensiamo riferiti a chi non ha commesso alcun reato.

Eddi paga l’aver continuato l’attività politica al ritorno in Italia, monitorata come gli altri in ogni azione pubblica (un sit-in di solidarietà a un lavoratore sfruttato, il corteo del 1 maggio) e penalizzata, lei in particolare, dalla denuncia per un’azione di protesta alla Camera di Commercio, in occasione di una fiera di tecnologie anche militari con un panel per la Turchia di Erdogan («la Marcucci – si legge – aveva con sé un megafono»!).

Per la militanza politica lei e gli altri sono finiti in aula, non per l’adesione in sé agli apparati della rivoluzione curda - come la stessa Procura si è affrettata a precisare quando, a procedimento in corso, avevano scosso l’opinione pubblica le morti di Giovanni Asperti e poi Lorenzo Orsetti, anche loro combattenti volontari nelle YPG (loro «non sarebbero qui in aula» perché senza precedenti penali - era stato detto senza imbarazzo).

Ma se ancora non è chiaro per cosa Eddi è punita (come ha scritto Davide Grasso «nessuno, nella società italiana, ha mai patito qualcosa per le azioni di Eddi»), ci paiono evidenti le ragioni per cui sostenerla.

Noi siamo dalla parte di una studentessa e lavoratrice precaria che nel 2017 ha scelto di partire per la Siria e poi combattere l’ISIS nelle milizie femminili curde (YPJ) e così difendere la rivoluzione del Rojava, esperimento politico-sociale di sovversione del sistema capitalistico e patriarcale e di creazione di una società nuova, sulle basi dell’auto-governo, dell’eguaglianza e dell’ecologia.

Noi siamo dalla parte di un’attivista politica che ha fatto sue le battaglie del movimento No Tav e la lotta transfemminista di Non Una Di Meno e ha sempre preso posizione a favore di ultime/i ed emarginate/i.

Non c’è democrazia senza conflitto: da giovani giuriste/i non solo stigmatizziamo il ricorso alle misure di prevenzione, ma critichiamo in re ipsa l’intenzione di disciplinamento politico della magistratura, quando sposa acriticamente la logica di polizia anziché essere, rispetto ad essa, nostra garanzia.

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