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Le parole sono importanti

Il ruolo del linguaggio e delle narrazioni nella lotta contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere

In occasione del convegno organizzato dai Comitati Unici di Garanzia di UniTo e PoliTo durante la Giornata contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, siamo intervenutə prendendo parola sull’uso inclusivo del linguaggio. Di seguito riportiamo il testo del nostro intervento.


Tutto ciò che concerne la lingua è radicato in un piano di realtà che viviamo direttamente, quotidianamente, e con il quale ci troviamo costantemente a fare i conti. Il dibattito sul sessismo linguistico riguarda chiunque ed è importante che momenti come questo convegno siano in grado di portare anche all’esterno dell’Accademia le riflessioni e i contenuti che si elaborano.

Quest’oggi il nostro interesse è porre l’accento sul portato e le implicazioni politiche che a nostro parere coinvolge l’ambito del sessismo nella lingua italiana. Il linguaggio, come altre forme di interazione, ci permette di dare forma e senso ai nostri pensieri e alla realtà che ci circonda. Per questo le parole sono importanti, perché le parole veicolano significati e rappresentazioni a ciò che pensiamo o vediamo. Abbiamo deciso di intitolare questo breve intervento perché crediamo che usare con responsabilità e cognizione le parole e il linguaggio ci permetta di comunicare non solo in maniera chiara ma anche in maniera non discriminatoria.

La lingua, la grammatica e il lessico non sono acquisizioni biologiche dell’essere umano ma sono il prodotto di una costruzione culturale, perché il linguaggio è a tutti gli effetti una norma e un codice creato artificialmente e non è certo un elemento naturale ed inscalfibile. In quanto tale, come molte altre forme di interazione sociale, anche il linguaggio è immerso all’interno di una società patriarcale che tra le tante cose tende ad universalizzare il genere maschile come genere protagonista assoluto e prioritario della società.

Inoltre la lingua pur producendosi attraverso le singole interazioni delle persone parlanti e scriventi, non può essere riducibile a una produzione di tipo individuale, ma si sorregge su regole implicite e condivise dalla società, che oggi è ancora fortemente patriarcale e sessista. La lingua riflette e allo stesso tempo costruisce e perpetra flussi di conoscenze, valori, credenze e relazioni che attraversano una data società. Basta citare Judith Butler per capire come il linguaggio sia performativo, ovvero che le parole non si limitano a descrivere ma contribuiscono a costruire realtà e fatti sociali, come appunto i generi. In questo senso il linguaggio non può essere trattato come elemento secondario o collaterale all’interno del dibattito generale sull’inclusività di genere.

Parlare di linguaggio inclusivo non può essere solamente un dibattito tecnico ma dev’essere un dibattito anche e soprattutto politico. Adottare forme di linguaggio inclusivo significa infatti visibilizzare soggettività storicamente e sistematicamente lasciate ai margini della società, oppresse e ghettizzate: donne, persone trans o persone con genere fluido.

E’ per questo che le aspre prese di posizione che si contrappongono a ogni riformulazione dell’uso della lingua italiana che vada oltre l’universale maschile vengono pronunciate da chi intende difendere non tanto una forma linguistica codificata, quanto piuttosto il sistema di gerarchie costruito rispetto alle identità sessuali, di genere e di classe che si ramifica nella cultura e nella società e che la lingua, come un termometro, finisce per rivelare. Per citare ad esempio una delle più recenti prese di posizione contro forme di linguaggio inclusivo possiamo prendere in considerazione l’attacco di Mattia Feltri sulle pagine de La Stampa rivolto contro Vera Gheno in cui si sottolineava appunto questo, ovvero l’esistenza di un approccio, per lo più maschile, che tende a conservare e difendere l’uso del maschile sovraesteso nella lingua italiana. Questo fastidio verso l’uso di un linguaggio inclusivo denota non solo un dibattito linguistico ma anche e soprattutto una pericolosa forma di ostilità verso soggettività storicamente escluse che rivendicano la propria esistenza anche attraverso forme linguistiche che le visibilizzino.

Le polemiche e le contese che si attestano sul fronte della lingua e delle diverse opzioni che essa offre non possono essere relegate, come spesso si fa, a tecnicismi conservativi e rispettosi di un fantomatico e rigido bon ton linguistico predefinito; al contrario, svelano la lingua come un campo di tensioni che ogni persona attraversa e nel quale, volenti o meno, non possiamo non prendere posizione.

In questo senso anche l’università e il mondo della formazione devono fare la loro parte. A scuola, all’università, nei protocolli scritti, nei documenti ufficiali e nella maggior parte degli ambiti della nostra vita siamo persone abituate ad usare una forma di maschile sovraesteso che denota la tendenza a porre il maschile come genere dominante e protagonista. Ora, dobbiamo renderci conto come l’utilizzo del linguaggio inclusivo non sia solo una questione formale ma rappresenta un ambito sostanziale per la realizzazione di una società inclusiva e non discriminatoria.

La lingua non è statica ma si trasforma in base a quante persone usano determinate forme o parole ed è per questo che il mondo dell’Accademia, dell’università e dell’istruzione deve farsi portatore dell’estensione, della sensibilizzazione e della formazione di un linguaggio inclusivo, sperimentando ad esempio forme di linguaggio non binario già praticate dai movimenti transfemministi e queer per sradicare una lingua ancora oggi profondamente sessista e già criticata negli anni Ottanta da Alma Sabatini in “il sessismo nella lingua italiana”. Lo si può fare con innovazioni linguistiche che passano anche attraverso suffissi plurali non discriminatori quali l’uso della schwa, della U come plurale inclusivo, dell’utilizzo delle doppie vocali in contesti di pluralità di genere, l’uso della chiocciola, dell’asterisco e di tante altre forme che già vengono usate nel linguaggio scritto quanto orale.

Cercare di costruire un’università - e una società - più giusta e inclusiva passa anche attraverso una rivoluzione del linguaggio che smetta di rappresentare e universalizzare il maschile, una tendenza che si verifica in ogni ambito della società ma che nella lingua si rivela in maniera palese ed evidente.

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