Se un megafono fa pena #DanaLiberaTutti

Se un megafono fa pena - #DanaLiberaTutti

Attenzione: un’attivista è in carcere, dove resterà per due anni, per aver usato il megafono durante una dimostrazione pacifica! Succede in Italia, succede a Torino, e non possiamo disinteressarcene.


Dana Lauriola, 38enne attivista del movimento NoTav, dal 17 settembre è detenuta a “Le Vallette” di Torino, dove sconterà due anni di reclusione in seguito a una condanna per violenza privata e interruzione di servizi di pubblica necessità per fatti risalenti al 3 marzo 2012.

Quel giorno il movimento NoTav svolgeva un’azione di protesta sull'autostrada Torino-Bardonecchia («la più cara d'Italia»), che consisteva nel blocco del casello autostradale all'altezza di Avigliana per la durata di venti minuti, durante i quali era così consentito ai veicoli di passare gratuitamente. In quel contesto Dana spiegava al megafono le ragioni della protesta: dopo una conferenza stampa dell'allora Presidente del Consiglio Monti, che aveva sostenuto la necessità della tratta di alta velocità Torino-Lione, il movimento NoTav aveva deciso di bloccare il casello e denunciare la dannosità dell’opera e lo sperpero di denaro che le sta dietro.

La mobilitazione si inseriva in un clima di tensione in crescendo: erano i mesi degli espropri di terreni eseguiti dalle forze dell’ordine per la cantierizzazione dell’area alla Maddalena di Chiomonte. Poco prima, il 27 febbraio, un attivista NoTav, Luca Abbà, proprietario di un terreno soggetto ad esproprio, si era arrampicato su un traliccio in segno di protesta e, inseguito da un agente, era rimasto folgorato, precipitando da un'altezza di circa 10 metri e finendo in coma. Dopo quegli eventi partì una settimana di mobilitazione in cui si inserì l’azione di protesta in autostrada.

"Oggi paga Monti" - NoTav - marzo 2012

Ma quello non è l’unico megafono per cui Dana paga pena: lo scorso 12 ottobre, a un mese dalla carcerazione, il Tribunale di Torino le ha notificato un'ulteriore condanna a dieci giorni di reclusione per l’attività di speakeraggio svolta il 26 luglio 2013 all’esterno del tribunale, dove era stato organizzato un presidio per sostenere una militante NoTav che giorni prima, dopo una protesta al Cantiere, era stata fermata, aggredita e molestata dalle forze dell’ordine.


La storia di Dana (e co-imputate/i: Nicoletta, Stella, Mattia e gli altri, di cui la cronaca ci consegna ancora in queste ore nefasti esiti giudiziari) ben si colloca nel modello di governo penale del dissenso politico di cui abbiamo già parlato a proposito della sorveglianza speciale a Eddi Marcucci.

Balza agli occhi, innanzitutto, la sproporzione tra fatti e sanzione: «chiunque frequenti le aule giudiziarie sa che una condanna a due anni di carcere per una violenza privata con quelle caratteristiche è davvero un unicum», ha dichiarato Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica. Infatti, alla violenza privata – fattispecie con cui si è forzata la qualificazione giuridica di tutte le condotte – si applica il minimo edittale di quindici giorni di reclusione. Si aggiunga, nel soppesare il disvalore dei fatti, che il danno patrimoniale lamentato dalla società Sitaf, concessionaria dell’autostrada, è stato poi quantificato in 777 euro e rifuso dagli imputati.

Non solo: la pronuncia di primo grado ha mancato di concedere la sospensione condizionale, in astratto concedibile per pene di tale entità: una malcelata (e poi confermata) scelta punitiva. Dana ha così presentato istanza di misure alternative alla detenzione carceraria: l’affidamento in prova al servizio sociale (solitamente concesso senza particolare rigidità, sussistendone i presupposti, anche per contrastare il sovraffollamento carcerario) o la detenzione domiciliare. L’ordinanza con cui a settembre il Tribunale di Sorveglianza di Torino ha rigettato l’istanza è significativa e merita l’attenzione di chiunque abbia a cuore diritti e garanzie: Dana, lavoratrice (in ambito socio-educativo!) e incensurata (insomma, «apparentemente normoinserita»), deve scontare la pena in carcere, perché ancora convintamente NoTav e residente a Bussoleno. Proprio così: la sua è una «devianza sociale nata da ideologie di natura politica» che le fa dar prova di «incrollabile fede» nelle stesse, scrivono i giudici, aggiungendo che «la collocazione geografica del domicilio coincide con il territorio scelto come teatro di azione dal movimento (…) e la espone al concreto rischio di frequentazione di soggetti coinvolti in tale ideologia».

Dunque, il carcere e solo il carcere: per una condanna a due anni, per aver urlato al megafono, in un momento storico che dovrebbe suggerire di sfollare anziché popolare gli istituti penitenziari, dimostratisi insicuri, per nulla estranei al contagio da Covid (perciò doppiamente afflittivi).


Sulla vicenda di Dana non hanno mancato di esprimersi criticamente giuristi ed organizzazioni per la difesa dei diritti umani: da Giuristi Democratici, che pone l’accento sul mancato rispetto di princìpi basilari dell’ordinamento (tra gli altri, la concreta offensività della condotta penalmente rilevante e la funzione risocializzante della pena) ad Amnesty International Italia, che ricorda, richiamando Costituzione e meccanismi internazionali, che «esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere». Se Ugo Mattei, docente presso il nostro Dipartimento, parla di «potere che sbatte i pugni sul tavolo per dimostrare che il diritto sta dalla parte del torto», Livio Pepino evoca il «diritto penale del nemico», un diritto che sostituisce la responsabilità penale personale (paradigma del diritto penale classico) con una «responsabilità di contesto» strumentale al perseguimento di politiche di ordine pubblico e di contrasto a fenomeni sociali.

Già, perché la vicenda di Dana non è che l’ultimo episodio della decennale storia di contrasto al movimento NoTav, che nel recente lavoro Governare il conflitto (Meltemi, 2019) la sociologa del diritto Xenia Chiaramonte analizza nel suo divenire «questione criminale».

Governare il conflitto (X. Chiaramonte, Meltemi 2019)

L’istituzione di un gruppo speciale di pm per istruire i processi contro attiviste/i e la creazione di una corsia preferenziale (i «reati NoTav») nel gran traffico dell’azione penale obbligatoria, l’implementazione di una “filiera” che dalla militarizzazione e dal monitoraggio produce il «sapere di polizia» della pubblica accusa, il proliferare di denunce e misure cautelari, il tentativo (smontato alfine in Cassazione) di configurare reati di terrorismo, persino la scelta estetica di rispolverare l’aula-bunker degli anni del terrorismo: così il sistema ha fatto la guerra ad un movimento.


Invitiamo a partecipare al crowdfunding a cui hanno dato vita colleghe/i e amiche/i di Dana, per sostenere le spese (legali e non) che dovrà affrontare in questo periodo difficile: tutte le info qui.

Anche noi sosteniamo convintamente la campagna Dana Libera Tutti, che va ben oltre il corpo ristretto di Dana Lauriola e il suo dolore, ma parla di un movimento, di una valle, di detenzione e diritti negati. E di libertà di dissenso, di democrazia: di tutte e tutti noi.

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